mercoledì 24 marzo 2010

Meditate donne.. meditate



Il presidente del Consiglio ha detto che lei si guarda allo specchio e si rovina la giornata, ma Mercedes Bresso, presidente della Regione Piemonte e candidata del centrosinistra a un secondo mandato, non si fa pregare per replicare: «Verrebbe da dire che è solo una battuta mal riuscita, per due motivi: prima di tutto perché, per la verità, io sono sempre di buon umore, è difficile trovare una mia foto in cui non sia sorridente. E poi perché quanto a trucco, ne uso poco, ne ho meno bisogno di Berlusconi. Sono più giovane e meglio conservata, anche senza lifting». Dopo gli insulti del premier alla Bresso, la presidente del Pd, Rosy Bindi, le ha regalato uno specchio: «Un omaggio alla tua femminilità, al tuo coraggio e alle tue competenze», le ha detto la Bindi nel corso di un incontro elettorale ad Asti, spiegando che l'oggetto le era stato donato da una signora «qualche giorno dopo le offese in tv del premier».Anche la Bresso, nel corso del comizio che il premier Berlusconi ha tenuto ieri a Torino, è stata vittima di giudizi sul suo aspetto. «A noi piace specchiarci - ha spiegato la Bindi - perchè ci sentiamo bene con noi stesse e ci sentiamo forti così. Sono convinta che Mercedes Bresso sappia difendersi dalle volgarità del premier da sola. E non credo - ha aggiunto - che le donne italiane si sentano rispettate nella loro dignità da un uomo che riduce la donna alla sua dimensione fisica, che la valuta secondo un suo personale giudizio estetico e che le usa come strumento di corruzione politica. Anche così - ha concluso - Berlusconi contribuisce al degrado della vita civile e morale del paese».

venerdì 26 febbraio 2010

L'Ato idrico approva all'unanimità la proposta di rateizzazione del Comune di Piazza Armerina a favore delle utenze deboli


Comunicato stampa


Piazza Armerina, 26 febbraio 2010


Approvata all’unanimità la proposta dell’Amministrazione Comunale di Piazza Armerina di modifica del regolamento delle tariffe idriche delle utenze deboli.

Ieri l’Ato idrico, riunito in Assemblea, ha approvato all’unanimità l’introduzione di una nuova norma al regolamento delle tariffe idriche per le utenze deboli.
Già il 16 febbraio scorso Il Sindaco Nigrelli aveva chiesto al presidente dell’ATO idrico, Giuseppe Monaco, l’introduzione di una norma ad integrazione del regolamento per la rateizzazione degli arretrati.
Si tratta di una norma transitoria che consente alle famiglie che abbiano accumulato un debito superiore ai 1.000,00 euro e alle imprese che abbiano superato i 2.000,00 euro di arretrato di richiedere la rateizzazione fino a 12 mesi, termine che, in casi eccezionali e per importi superiori può essere ulteriormente elevato fino a 24 mesi.
L’Ato idrico aveva già introdotto con una deliberazione la possibilità di rateizzare il debito fino a 6 mesi, la norma inserisce la possibilità, per chi avesse già concordato le 6 rate, di portarle a 12, evitando così sperequazione di trattamento tra stesse categorie di utenti.
Nelle stessa seduta di Assemblea i soci hanno stabilito di prorogare i termini per la presentazione delle istanze di accesso alle agevolazioni previste dal regolamento, già scaduti a gennaio, fino al 30 settembre 2010.



Staff del Sindaco di Piazza Armerina

venerdì 19 febbraio 2010

Le parole hanno un peso




La parola ha un peso.


Non è mai leggera, non è mai un arredo. Una volta detta, una parola si fa strada nella mente, produce un pensiero, diventa azione. Le parole pronunciate non tornano indietro. Mai vista una parola ritornare nella gola di chi l’ha pronunciata o nelle dita di chi l’ha scritta. La forza delle parole è innegabile. Sta a noi non mettere la parola a servizio di quello che in Guerre Stellari era il lato oscuro della forza. Purtroppo in Italia il lato oscuro è alimentato fino all’ingrasso. Un esempio? Le sconsiderate reazioni dell’esponente della Lega Salvini dopo i fatti di Via Padova a Milano. Dopo la rissa tra maghrebini e latinoamericani (a seguito dell’omicidio di un ragazzo egiziano) la dichiarazione del Salvini è stata «rastrelleremo casa per casa» riferito agli immigrati. In una situazione delicata in cui serviva il buonsenso, si è invece usata la parola «rastrellamento». Poi è stata smentita. Ma il guaio è stato fatto lo stesso. Nessuno potrà cancellare quella parola. È stata pronunciata, sentita, sdoganata. E il passo dalla parola alla tragedia, dalla parola al campo di concentramento è breve. Questo genere di dichiarazioni non devono essere mai prese alla leggera, nascondono un abisso. Gli italiani dovrebbero essere i primi a indignarsi e a pretendere il rispetto per chi è morto a causa di quella parola. Vi faccio un esempio. Roma un sabato mattina di Ottobre, per gli ebrei è una doppia celebrazione il tradizionale Shabbat e il Succot, la festa del Pellegrinaggio. Siamo nel 1943. Alle 5.30 però gli abitanti del ghetto e non solo loro vengono arrestati. Molti saranno caricati sui treni per Auschwitz. Dovremmo rispettare i morti, dovremmo ricordare il passato, dovremmo non blaterare più parole a vanvera, mai più parlare di rastrellamenti.




Igiaba Scego

giovedì 11 febbraio 2010

Sesso, politica e videotape...


Basta con il politically correct. Oggi abbiamo deciso di essere scorrette, provocatorie, a tratti di pessimo gusto (quasi come lo sono gran parte degli uomini nella vita di tutti i giorni)...Partiamo dagli ultimi sviluppi della cronaca politica e non. E' mai possibile che in questo nostro povero, ma dal glorioso passato, Paese questi grandi/piccoli uomini di potere, questi uomini che ci comandano, che decidono del nostro destino, che con un semplice gesto sono in grado di produrre effetti anche devastanti sulle nostre povere vite, non facciano altro, tra una seduta parlamentare e l'altra, un consiglio d'amministrazione e l'altro, una sessione d'esame e l'altra, una riunione al vertice e l'altra...che andare a puttane?...

Ma dove lo trovano il tempo per fare il bene della collettività, quello della loro famiglia. quello dei loro amici, quello dei loro elettori, quello delle Istituzioni, quello dei loro partiti di riferimento, quello dei partiti alleati o alleanti? Dove lo trovano il tempo per riposarsi dalle immani fatiche che ogni giorno li attendono, passando oltretutto di talk show in talk show, da programmi di intrattenimento politrico a tribune politiche propriamente dette, da interviste sui maggiori quotidiani nazionali a dichiarazioni sulle televisioni anche straniere, per non parlare dei libri che riescono a scrivere nei ritagli di tempo. Poveri!...Forse però La Sibilla alfine ha trovato una risposta a tali quesiti. Siamo in tempi di crisi economico-strutturale. L'ultima barriera al fallimento dell'azienda Italia (per utilizzare un linguaggio caro al Presidente) è forse la neo-mania dell'Italiano medio, il gossip. Vedi a questo proposito il dilagare sul palinsesto televisivo di programmi puramente e squisitamente di stampo vojeristico (Grandi fratelli, Isole di famosi o presunti tali, Fattorie varie ed eventuali, Amici degli amici, Uomini e donne anche in versione terza età, Ballando con le stelle del firmamento e via dicendo). In un Paese fallocratico come il nostro, i nostri cari uomini di potere hanno pensato bene di sconfiggere la crisi creando gossip. E così, finalmente. la carta stampata italiana in caduta libera negli ultimi anni, la televisione generalista sovraavanzata dai palinsesti satellitari, i programmi di approfondimento politico che non interessavano più nessuno, come per magia hanno ripreso a respirare...Parlare o scrivere di Cinzia sotto il sole caraibico o visionare videotape su Brenda col suo uomo (si fa per dire!) o immaginare Patrizia sul lettone di stato o ammirare le foto del diciottesimo di Noemi contornata da amici e Papi o cercare di scoprire i nomi delle amichette di aspiranti Sottosegretari è diventato il nuovo traino dell'economia italiana. La crisi è solo roba per sfigati comunisti. Non esiste. Cosa dite? Che ci fanno gli operai di Termini Imerese sui tetti dei locali di mamma Fiat (che continua impunemente a percepire gli aiuti di Stato)? Domanda retorica e risposta scontata. Stanno lassù a guardare il Sole e l'altre stelle...

lunedì 8 febbraio 2010

Bit 2010: adesso si che mi vengono gli incubi.....

Piazza Armerina. “La grave situazione economica consequenziale ai consistenti tagli di somme dei trasferimenti regionali non ci ha consentito di poter predisporre l'allestimento di uno stand espositivo alla Bit che si svolgerà a Milano dal 18 al 21 Febbraio. Sono fortemente dispiaciuto di non aver potuto dare continuità al programma di promozione turistica iniziato l'anno scorso e che ha avuto grande successo”. Lo dice l’assessore al turismo della provincia di Enna Fabrizio Tudisco che però parla anche delle iniziative che l’ente sta mettendo in atto per la più grande manifestazione del turismo europeo. Non ci sarà lo stand ma verranno organizzate alcune conferenze stampa per portare a conoscenza gli operatori turistici degli eventi dell’ennese. Continua Tudisco “Gli eventi di portata internazionale che interesseranno la nostra provincia tra la fine del 2010 e l'inizio del 2011- mi riferisco alla Venere di Morgantina agli Acroliti e agli ori e argenti di Morgantina congiuntamente alla riapertura totale della Villa Romana del Casale dopo la ristrutturazione che tante polemiche ha suscitato, non potevano esimerci dal non organizzare - almeno - una conferenza stampa per informare la stampa specializzata in particolare, come la Provincia di Enna si prepara per accogliere il consistente flusso turistico che si spera possa rilanciare tutto il territorio provinciale. Alla BIT, nel padiglione 17 dell'assessorato regionale al Turismo, farà bella mostra di sè la copia 1/1 in vetroresina della Venere ed addirittura il Presidente della Regione Raffaele Lombardo aprirà ufficialmente le attività promozionali parlando dell'evento Venerdì 19 febbraio dalle ore 10.30 alle 12.00. La nostra conferenza – continua Tudisco - si svolgerà nella sala gialla dello stand Sicilia con gl'interventi del Presidente della Provincia Monaco e mio con la presenza dei Sindaci di Aidone, Piazza Armerina e Troina. Quest'ultima città si prepara a celebrare l'anno giubilare in onore di S.Silvestro patrono con una serie di eventi culturali di grande interesse ed è per questo che ho ritenuto importante parlare di Troina per attenzionare tutto il territorio provinciale. Al termine della conferenza stampa effettueremo, presso lo saletta riservata e in collaborazione con l'Istituto regionale della “vite e del vino” la degustazione enogastronomica dei prodotti tipici del territorio”. Dal blog di Agostino Sella



Non ci posso credere! Ditemi che è solo un incubo e che presto mi sveglierò e che a Milano alla BIT, che è una delle vetrine internazionali del turismo piu' importanti, non solo ci sarà lo stand della provincia di Enna ma ci saranno tutti i piu' preparati operatori del settore per pubblicizzare quello che si preannuncia essere l'anno degli eventi, l'anno che proietterà la nostra provincia nel panorama turistico internazionale con l'arrivo della Venere di Morgantina e la riapertura della Villa Romana del Casale, con gli Acroliti e gli argenti restituiti al nostro territorio... D'altronde siamo stati alla BIT per anni anche quando avevamo poco da promuovere e adesso mi dicono che la situazione economica non ci ha permesso di essere presenti con uno stand... ma stiamo scherzando? Forse i fondi potevano essere cercati e trovati anche con la partecipazione di sponsors esterni, magari risparmiando su altre manifestazioni.. Insomma, non mi basta che l'Assessore di turno si dica dispiaciuto. Dispiaciuto di che? Di non avere fatto abbastanza! Ditemi che non è vero che ci saranno solo conferenze stampa e degustazioni enogastronomiche tra Assessori provinciali e comunali ma che la nostra Provincia ha predisposto un ricco e articolato pacchetto turistico da vendere ai piu' importanti tour operator; ditemi che è solo un incubo e che presto arriveranno a darci una mano i cultural tourist management della cultura, profili in grado di valorizzare tutto ciò che parla di arte e cultura, professionisti in grado di promuovere il nostro territorio dal punto di vista artistico e culturale smettendo finalmente di affidare la promozione e la gestione del turismo a chi non sa nemmeno di cosa stiamo parlando...

Ditemi che presto potremo dimenticarci di quella stradella di campagna che ogni giorno viene percorsa da decine di pulman di turisti e che a breve partiranno i lavori per ospitare la Venere nella cittadina di Aidone. Ditemi, per favore, che i tavoli tecnici non faranno solo chiacchiere inutili ma che lavoreranno per risolvere i problemi che da decenni attanagliano il nostro territorio, dalla riapertura del museo Alessi alla fruizione della Castello di Lombardia, dal protocollo con la Curia per consentire l' apertura delle chiese ai corsi di lingue per accogliere i turisti stranieri... lavorare... lavorare... lavorare... Non basta immaginare orde di Cinesi o pullman di pellegrini, il turismo è altro e noi, dobbiamo ammettere, abbiamo qualche difficoltà nella gestione dello stesso... Se in questi 365 giorni - che è un tempo brevissimo - non saremo in grado di organizzarci in maniera seria e operativa forse è meglio che la Venere rimanga a Los Angeles nel suo bel museo di Malibu', la Villa Romana potremo darla in gestione ai Cinesi e potremo chiedere al critico d'arte che ci prometteva di far diventare Piazza Armerina la piu' bella tra le città d'arte la restituzione di tutto il denaro che gli abbiamo dato e che continuiamo a dargli...

Depressione: il cancro dell'anima...

"Sono certa di stare impazzendo di nuovo. Sento che non possiamo affrontare un altro di quei terribili momenti. E questa volta non guarirò. Inizio a sentire voci, e non riesco a concentrarmi. Perciò sto facendo quella che sembra la cosa migliore da fare. Tu mi hai dato la maggiore felicità possibile. Sei stato in ogni modo tutto ciò che chiunque avrebbe mai potuto essere. Non penso che due persone abbiano potuto essere più felici fino a quando è arrivata questa terribile malattia. Non posso più combattere. So che ti sto rovinando la vita, che senza di me potresti andare avanti. E lo farai lo so. Vedi non riesco neanche a scrivere questo come si deve. Non riesco a leggere. Quello che voglio dirti è che devo tutta la felicità della mia vita a te. Sei stato completamente paziente con me, e incredibilmente buono. Voglio dirlo – tutti lo sanno. Se chiunque avesse potuto salvarmi saresti stato tu. Tutto se n’è andato da me tranne la certezza della tua bontà. Non posso continuare a rovinarti la vita. Non credo che due persone possano essere state più felici di quanto lo siamo stati noi. V. "





Un'italiana su due considera la depressione più incurabile del tumore al seno, che spaventa soltanto una donna su quattro. Apparentemente si tratta di un dato sorprendente, che arriva dalla prima indagine nazionale su donne e depressione, promossa dall'Osservatorio Nazionale sulla salute della Donna (ONDa) e realizzata da Giuseppe Pellegrini, ricercatore sociale all'Università di Padova, intervistando 1.016 donne fra i 30 e i 70 anni.




Probabilmente, però, l'approccio diffuso a questa malattia, che è una malattia a tutti gli effetti, risente ancora oggi di tutta una serie di pregiudizi e condizionamenti culturali. Leggendo i dati raccolti da ONDa infatti un dato balza agli occhi e preoccupa: le donne che soffrono di depressione, oltre a ritenere la loro vita stravolta dalla malattia, in sette casi su dieci provano vergogna o senso di colpa. Le donne, che statisticamente della depressione sono le vittime più frequenti, sentono di non trovare attorno a sé la stessa comprensione che avrebbero se fossero malate di un tumore al seno o di qualsiasi altra malattia. Così, ancora oggi si sentono giudicate, provano vergogna e senso di colpa. la conseguenza più pericolosa di tutto ciò è che spesso decidono di non parlarne con nessuno. A questo proposito, un altro dato allarmante è costituito dal fatto che nel 2010 una donna con la depressione su sei non chiede aiuto. Così facendo, impedisce a sè stessa di guarire da una malattia che si può e si deve curare.




Vergogna, senso di colpa, paura: sono i sentimenti più diffusi nelle donne affette da depressione. A proposito della paura, essa probabilmente discende dal fatto che le donne conoscono gli effetti della depressione, sanno che si insinua nelle loro vite, alienandole: il 65% di loro l'ha vissuta sulla propria pelle o vista da vicino, su familiari o amici. Ma forse la temono soprattutto perché non hanno fiducia nelle cure. La maggioranza infatti pensa che le terapie possano contenere in parte le conseguenze della malattia, ma non risolvano davvero il problema. Oltretutto persino qualche studio recente ha alimentato dei dubbi in proposito, come quello condotto dall'Università della Pennsylvania, che ha coinvolto oltre 700 pazienti e che ha ipotizzato che gli antidepressivi siano efficaci soltanto nei casi molto gravi, mentre non siano determinanti nei casi lievi. A questo proposito, secondo la scuola di pensiero prevalente, nelle depressioni meno gravi, i farmaci e la psicoterapia si equivalgono e in alcuni casi la psicoterapia appare più utile. Invece, nei casi di depressione più gravi, i farmaci antidepressivi costituiscono una risposta molto valida, specie se associati alla psicoterapia. I dati mostrano che il 34% dei pazienti trattati con i farmaci guarisce e il 36% vede dimezzata l'entità dei sintomi. Se ai farmaci viene associata la psicoterapia, la percentuale dei pazienti che trae beneficio dalle cure sale a ben l'80%. Purtroppo però questo messaggio non viene percepito fino in fondo dalle donne, le quali mostrano da una parte un gradimento nei confronti del ricorso alla psicoterapia (85%), ma dall'altra una vera e propria sfiducia nei confronti del ricorso ai farmaci. Infatti, solo una su due crede che i farmaci possano fare la differenza, sebbene nelle forme medio-gravi siano indispensabili. Chi li ha provati però mostra di apprezzarli un pò di più.






Il dato che appare più sconsolante è che soltanto poco più delle metà dei pazienti arriva a curarsi, e di questi il 60% riceve trattamenti inadeguati o insufficienti. Conseguenza di queste risposte inadeguate è che il 30% dei pazienti affetti da depressione a un mese dall'inizio delle cure rinuncia a farsi curare e solo un paziente su tre segue la cura quanto e come si deve. Nelle donne tra l'altro, per motivi biologici c'è una maggiore sensibilità agli effetti collaterali dei farmaci, che inoltre hanno una diversa efficacia a seconda del momento della vita, ad esempio durante l'età fertile o in menopausa. Così molte abbandonano prima di ottenere un risultato.




La depressione è davvero il cancro dell'anima, un male sottile ma affilato, che impedisce a chi ne è affetto di vivere la vita. Forse, anche l'approccio a tratti superficiale a questa malattia ha contribuito non poco ad alimentare paure, angosce, vergogna nei soggetti malati di depressione o nei loro familiari. Ma la depressione non è una vergogna. E' una malattia. E come tale va affrontata dal paziente e dalle persone che ama. Come una qualsiasi altra malattia. Come un cancro al seno. Con paura ma anche con coraggio, con fretta di guarire ma anche con la dovuta pazienza, con i farmaci e con la psicoterapia. Purtroppo il decorso naturale della depressione come di qualsiasi altra malattia che non venga curata è la morte, in questo caso la morte provocata dallo stesso soggetto, il suicidio. Per questo è importante stare sempre all'erta e sapere riconoscere i segnali della depressione nelle persone che amiamo. Non dimentichiamolo: di depressione, se viene curata bene e in tempo, oggi si può guarire.
Dedicato a Virginia Woolf, e a tutte le donne che hanno provato almeno una volta nella loro vita il male di vivere...

"La bellezza del mondo ha due tagli, uno di gioia, l'altro d'angoscia, e taglia in due il cuore." Virginia Woolf


mercoledì 27 gennaio 2010

Se questo è un uomo



Voi che vivete sicuri nelle vostre tiepide case,
voi che trovate tornando a sera il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
che lavora nel fango
che non conosce pace
che lotta per mezzo pane
che muore per un si o per un no.
Considerate se questa è una donna,
senza capelli e senza nome
senza più forza di ricordare
vuoti gli occhi e freddo il grembo come una rana d'inverno.
Meditate che questo è stato:
vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore stando in casa andando per via,
coricandovi, alzandovi.
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,la malattia vi impedisca,i vostri nati torcano il viso da voi.


Queste parole le leggo ogni mattina quando arrivo nel mio ufficio. Qualche anno fa mio fratello di ritorno da una missione di pace mi portò da Sarajevo un poster in ricordo dei morti di Srebrenica

C'è scritto: 28.000 mila vittime aspettano ancora un nome , 10.000 di queste aspettano ancora di essere ritrovate . Molti responsabili rimarranno impuniti. Nel poster ci sono le foto degli indumenti trovati nelle fosse comuni e il brano di Primo Levi "Se questo è un uomo"


Ma oggi,al di là del ricordo delle vittime della Shoah, al di là delle commemorazioni che in tutto il mondo si stanno celebrando io voglio ricordare tutte le altre vittime della malvagità umana , che non conosce limiti e penso a quante parole oggi si sprecheranno sull'altare della retorica .. Non dimenticare per far si che non si ripeta piu' la tragedia immane che si consumò nel cuore dell'Europa e io dico: non dimentichiamo che ci sono vittime innocenti anche oggi , vittime dell'incuria, vittime di quel sistema economico che dà tanto ai pochi e troppo poco ai tanti . Proviamo a leggerle con il cuore le parole che ci ha lasciato Primo Levi e forse scopriremo che ancora oggi c'è chi vive sicuro nelle tiepide case e c'è invece chi lotta ogni giorno per la sua stessa sopravvivenza ..

E Consideriamo se questo è un uomo quello che a Rosarno vive nel freddo, nel fango, nella sporcizia, non ha acqua, nè luce e si alza al mattino quando è buio e torna alla sera quando è buio;

Consideriamo se questo è un uomo quello che ad Haiti scava a mani nude per ritrovare i propri cari, quello che è disposto anche ad uccidere per un sacco di farina o una bottiglia di acqua;

Consideriamo se questo è un uomo quello che vediamo smembrato nelle immagini del TG della sera perchè vittima di un attacco terroristico che non fa differenza tra un bambino , un vecchio o una donna ;


E consideriamo se questa è una donna quella violentata, uccisa, sepolta fino alla cintola e presa a colpi di pietra;


Consideriamo se questa è una donna quella che a Favara si strappa i capelli e piange tutte le sue lacrime dietro due bare bianche, che invoca il nome delle sue figlie morte, per l'incuria e la superficialità di qualcuno;


Meditiamo, su quello che è stato e su quello che continua a essere tutti i giorni.
Mi vengono in mente le parole di Anna Frank che, nel tempo della follia assoluta credeva ancora nell'intima bontà dell'uomo. Io, sempre piu'spesso, faccio fatica a crederci.











mercoledì 13 gennaio 2010

Una donna di nome Sibilla. FemminilMente la ricorda a 50 anni dalla sua scomparsa


Non so se sono stata donna, non so se sono stata spirito. Son stata amore».

Così nella lettera dell’11 Luglio del 1927 Sibilla Aleramo esprime la sua condizione esistenziale. Che cosa vuol dire essere una donna? Al cogito ergo sum di Cartesio sostituisce l’Amo dunque sono. L’amore non è solo quello dei «brividi nella carne», ma è ciò che la rende ogni volta nuova, libera, come ogni donna dovrebbe essere. Il cuore del femminismo con Sibilla Aleramo non consiste solo nell’assumere diritti e doveri degli uomini, non è cioè rendersi uguali agli uomini, ma poter essere libere di amare, vivere, e persino morire come una donna e, tutto questo per Sibilla, significa scrivere. Si può dire che l’amore è l’essenza della poetica di Sibilla Aleramo. «Il poco che una donna riesce a realizzare nel campo della poesia è il risultato di una tensione infinitamente più tremenda della tensione virile». La tensione prodotta dalla dimensione assoluta di un vivere diverso che Sibilla paga sulla propria pelle: «La società non mi perdona proprio questo, non mi perdona che io vada sola ed indifesa, io donna, e che così condanni implicitamente, anche in silenzio il suo modo d’essere, le sue corazze, i suoi pugnali, i suoi veleni. Non mi perdona, e si vendica, ed è logico». Sibilla inizia a scrivere poesie molto tardi: «iI canto si è sprigionato da me tardi, tanto tardi, quando mi son trovata per la prima volta lontana da ogni soggezione spirituale, lontana da tutti, sola, con tanto amore in petto, ma libera, nessuno vicino che potesse udire la mia voce, nessuno più che mi tenesse, timida, muta». Sibilla canta l’amore come canta il suo essere, melodia. Riguardo ai suoi amori: «E gli uomini han creduto che io perseguissi l’arte, la libertà, la voluttà... Ma nello stesso tempo vedevano su di me il segno ineffabile di qualcosa che trascendeva tutto ciò. Ali intorno alla fronte...Aliante mondo inespresso...Parole che furon visioni e ancor non dissi...Sono tutti motivi che ritornano nei miei poemi a grandi distanze». Sibilla canta la sua unicità, la sua particolarità e cerca e a volte trova nelle braccia degli uomini che ama ciò che la distingue da qualunque altra nell’atto dell’amore così come nell’atto creativo della sua poesia. «.. Diversa da ogni altra, insostituibile, sola e di me stessa signora» Anticipando di molti anni quello in cui ci riconosciamo donne al tempo d’oggi Sibilla Aleramo ci ricorda che l’amore, non esiste come valore assoluto, che può trovare espressione nell’arte, ma soprattutto che l’amore è l’invenzione di una donna. «Perché io son nata poeta, non santa».

lunedì 28 dicembre 2009

I migliori anni della nostra vita...

Penso che ogni giorno sia come una pesca miracolosa e che è
bello pescare sospesi su di una soffice nuvola rosa io come un gentiluomo e tu
come una sposa mentre fuori dalla finestra si alza in volo soltanto la polvere
c'è aria di tempesta. Sarà che noi due siamo di un altro, lontanissimo pianeta
ma il mondo da qui sembra soltanto una botola segreta tutti vogliono tutto, per
poi accorgersi che è niente noi non faremo come l'altra gente questi sono e
resteranno per sempre i migliori anni della nostra vita, i migliori anni della
nostra vita stringimi forte, che nessuna notte è infinita i migliori anni della
nostra vita. Stringimi forte, che nessuna notte è infinita i migliori anni della
nostra vita.

venerdì 25 dicembre 2009

Piazza Armerina, stasera presso la Chiesa di Fundrò concerto di arpa e chitarra

Stasera alle ore 20,00 presso la Chiesa di San Rocco (Fundrò) sita in Piazza Garibaldi, nell'ambito del programma natalizio predisposto dall'Amministrazione comunale, si terrà a Piazza Armerina un concerto di arpa e chitarra. Si tratta di un concerto del duo "Affinity duet", composto dall'arpista Matilde Verdiana Pinto e dal chitarrista Mario Scirè Chianetta. L'arpista Matilde Verdiana Pinto è nata a Messina nel 1978. Ha studiato Arpa presso il Conservatorio A.Corelli di Messina con vari insegnanti:M.L.Lorè,M.Calarco,L.Clementi,V.Madini Moretti, L.Rossi. Si è perfezionata con i maestri: Judith Liber, Lucia Clementi, Lisetta Rossi. Si è diplomata in Arpa nel 2000. Ha conseguito il perfezionamento teorico-analitico con il massimo dei voti, sotto la guida del M° Mario Musumeci, contribuendo inoltre con un saggio alla stesura dei Quaderni del Conservatorio Corelli di Messina"Analisi e Interpretazione" editi dalla casa editrice Samperi ed una pubblicazione sulla Rivista di Teoria e Pedagogia musicale"ANALISI", edita dalla casa editrice Ricordi. Ha più volte collaborato in qualità di arpista con il Teatro "Vittorio Emanuele" il " Taormina Opera Festival " e l’Orchestra "F. Cilea" di Palmi accompagnando Katia Ricciarelli in concerto.
La prima parte del concerto sarà dedicata ad un repertorio di brani classici della tradizione natalizia eseguiti in duo con chitarra ed arpa classica, a cui seguirà una seconda parte dedicata all'esecuzione di assoli per chitarra e arpa classica. La conclusione del concerto sarà affidata ad un repertorio di musica celtica anche di tradizione natalizia, eseguito con l'arpa celtica.
L'Arpa
L’Arpa è uno strumento musicale a corda pizzicata, dotato di 47 corde tese tra la cassa di risonanza e una mensola, con un'estensione di 6 ottave e mezza e intonato in do bemolle maggiore. I suoni estranei a questa tonalità si possono ottenere agendo su 7 pedali a doppia tacca; ogni corda è in grado di produrre tre note diverse ed è possibile costruire una scala cromatica. L'arpa, che è giunta alla forma attuale attraverso continui perfezionamenti e modificazioni, è strumento antichissimo, noto inizialmente in Asia Minore e in Egitto: documentato fin dal 3000 a.C., se ne ha un esemplare che risale al 2700 e proviene dall'area sumero-mesopotamica. L'arpa celtica, o arpa gaelica, denominata in gaelico scozzese "clàrsach" e in irlandese "cláirsach", è uno strumento a corde tipico dei Paesi europei di area celtica. I primi esempi di arpa celtica sono da ricercare in Scozia, dove compare durante l'ottavo secolo; successivamente si diffonde in Irlanda a partire dal dodicesimo secolo e poi in Galles e Bretagna.
L'arpa triangolare celtica si differenzia dall'arpa classica usata nelle orchestre sinfoniche. Infatti, è più piccola rispetto all'arpa classica e, a differenza della grande arpa da concerto, l'arpa celtica non ha i pedali, le chiavi, chiamate lever, con cui si ottengono i semitoni. Le corde delle arpe celtiche antiche erano metalliche oppure di budello di pecora; oggi possono essere anche in nylon oppure in carbonio, e si possono suonare con i polpastrelli, mentre le corde in metallo si suonano con le unghie.

La musica celtica
Il termine "musica celtica" costituisce senza ombra di dubbio una pura definizione di comodo, normalmente associata ad un insieme di tradizioni musicali che presentano tra loro alcune analogie che sono ben distinte e fortemente connotate, in quanto sarebbe più corretto parlare di "musiche dei paesi di tradizione celtica". Tale genere musicale comprende infatti un ampio spettro di generi musicali, che si sono evoluti dalle tradizioni e dalla musica folk delle popolazioni celtiche dell'Europa Occidentale. Il termine musica celtica può essere riferito sia alla musica di tradizione oralmente trasmessa che alla musica popolare con alcune somiglianze superficiali agli stili folk dei popoli celtici. La musica celtica, essendo una musica popolare, una "musica del popolo", non è prettamente di tradizione scritta, come la musica sacra o colta, ma per lo più nel corso dei secoli è stata tramandata oralmente.

domenica 20 dicembre 2009

Gli abbracci spezzati di Almodovar: "Un film va comunque finito, anche alla cieca..."


Domenica scorsa ho visto "Gli abbracci spezzati", ultimo incantevole film di Pedro Almodovar con un'intensa Lena-Penelope Cruz. Ho sempre amato questo regista dallo sguardo un pò melodrammaticamente folle, col suo senso della commedia nera e del dramma grottesco, con i suoi tempi cinematografici dilatati a volte in modo persino fastidioso...Devo dire che, per una serie di motivi, forse per pigrizia intellettuale, ultimamente mi sono lasciata scappare i film di Almodovar. Ma questa volta ho deciso che non avrei potuto perderlo e, non appena ho visto il manifesto affisso, mi sono precipitata al cinema...

Vorrei partire dalla battuta finale del personaggio-regista non più vedente Hurry Caine, l'uomo che guarda il mare con gli occhi del cuore, alias Mateo Blanco (forse l'alter ego di Pedro?): "Un film va comunque finito, anche alla cieca..." Qualcuno cercando di stroncare ad ogni costo l'ultimo di Almodovar (oggettivamente instroncabile) chiariva la battuta spiegando che evidentemente l'intento e il presupposto di partenza del regista fossero stati rappresentati ne "Gli Abbracci spezzati" dal "girare al buio"...In realtà il regista ci offre con questa battuta apparentemente sprezzante uno spiraglio sulla vita e sulle relazioni umane. La vita, proprio come un film, va costruita, "montata" giorno per giorno, perchè ogni cerchio alla fine possa essere chiuso, perchè ogni legame e ogni evento possa conoscere la sua realizzazione finale. E il melodramma, poi, è condotto ne "Gli abbracci spezzati" fino al parossismo del demenziale e dell'insensato, l'atmosfera -strada facendo- è fintamente da giallo-thriller per giungere, alfine, alla banalità di un incidente senza un perchè e senza un per come. Signore e Signori, ecco a voi servita la vita...

La scena dell'ultimo bacio al rallentatore prima della morte, un bacio guardato e dilatato all'infinito dal protagonista, quasi a volere convincersi e convincerci che possano esserci legami e passioni che durano per sempre (anche se sai che "per sempre" non esiste, per dirla con il deboluccio ma a tratti commovente "Saturno contro" di Fernan Ozpetek) mi ha fatto pensare ad una scena indimenticabile e dai tempi cinematografici volutamente ed infinitamente dilatati, tratta da una delle pietre miliari della cinematografia romantica, "Il Dottor Zivago". La scena in cui Lara va via per sempre sulla slitta e si volta indietro e Yuri corre sù nella casa di ghiaccio per guardarla allontanarsi per l'ultima volta sapendo che non si rivedranno mai più...

Prima di vedere il film qualcuno mi aveva detto che era un film difficile, "pesante" (come usa dire), un film sulla violenza nei confronti delle donne. Ma temo che non sia così. Questo è un film sulle passioni, sulla loro capacità di ridare la vita a chi ormai è rassegnato, ma anche sulla loro facoltà di tramutarsi in elementi destruenti. Le passioni, che attraversano le vite di questi tre personaggi, lui-lei-l'altro, in un trionfo di inquietanti clichè, che seguono il marito-non marito che fa pedinare sul set la moglie-non moglie (che nel backstage sussurra il suo tormento al regista-amante) ma che, in questo caso, non si accontenta delle immagini senza sonoro, ma le fa doppiare da un'attrice (o logopedista?) appositamente ingaggiata, che legge (senza alcuna intonazione) le parole attraverso il movimento delle labbra. Labbra che non emettono suoni, occhi ciechi che montano le scene di un film senza vederle, incongruenze volutamente cercate e condotte con tocco delicato ma crudele al contempo, che costituiscono esse stesse la forza e la poesia del film. E poi, le citazioni dei grandi classici del cinema e persino di sè stesso, soprattutto la scena divertente che cita "Donne sull'orlo di una crisi di nervi", in "Ragazze e valigie" in fase di montaggio finale, il film della vendetta del magnate Ernesto da dovere finire anche alla cieca. Sullo sfondo, un interrogativo sul potere evocativo del cinema e sulle sue leggi spietate. Cinema e vita.

Per concludere, una domanda che trae spunto dal titolo del film: esistono abbracci che non si possono spezzare, legami che non si possono sciogliere?...Probabilmente no, ma forse preferiamo immaginare (o illuderci) che esistano...

giovedì 10 dicembre 2009

"Io vi dico quante volte sono venuto a voi e non mi avete riconosciuto..."




Oggi vi racconterò una storia. Una storia moderna ma dal sapore antico che sono certa vi riporterà indietro a tanti secoli fa... Inizia in Eritrea, una terra bellissima, dal greco erythros che significa "rosso" come il mare su cui si affaccia.

Dovete sapere che in Eritrea vige una dittatura tra le peggiori al mondo. Le violente politiche repressive e antidemocratiche attuate dal governo eritreo colpiscono soprattutto la popolazione in un paese ormai ridotto al terrore, in cui la sola presunzione di un’idea può costare l’imprigionamento, la tortura, la mutilazione o la morte. Un paese in cui sistematicamente vengono violati i diritti umani e civili e in cui la popolazione è continuamente vessata .
E' un paese in cui è vietata la libertà di culto alle confessioni religiose minoritarie e migliaia di Cristiani Ortodossi, Cristiani Evangelici, Musulmani e altri gruppi religiosi vengono perseguitati e imprigionati senza formalizzazione di atti di accusa e senza processo, in condizioni disumane.
Dal 2000 sono innumerevoli gli sbarchi clandestini di cittadini eritrei sulle coste italiane. Essi fuggono a rischio della loro stessa vita da una situazione di repressione umana e politica e dal blocco delle attività produttive sacrificate alla totale militarizzazione del paese.Il servizio militare, infatti, in Eritrea è obbligatorio ed a tempo indeterminato. Gli studenti delle scuole superiori sono costretti a frequentare l’ultimo anno scolastico presso i campi di addestramento militare. Il servizio di leva si svolge in condizioni di estremo disagio e di inaudita violenza, soprattutto nei confronti delle giovani reclute femminili che sono spesso oggetto di stupro da parte dei superiori in grado.
Per sfuggire a questa situazione migliaia di eritrei sono costretti a fuggire dal loro paese tentando di arrivare sulle coste italiane.


Anche Yohanes e Terhas sono giunti in Italia per vie che solo la disperazione può far sopportare. Molti dei loro compagni di viaggio sono morti in mare, nel deserto, nelle carceri libiche o tunisine perchè i respingimenti spesso violano i diritti umani ed essere riportati indietro per molti significa firmare la propria condanna a morte.
Yohanes e Terhas sono giovanissimi e hanno una responsabilità in piu'. Un bambino che deve nascere e loro non vogliono che nasca in un paese dove non c'è libertà. E' per lui che salgono su un barcone. Profughi tra i profughi, disperati tra i disperati. E' il settembre del 2009 e il barcone strapieno di umanità sofferente, nelle gelide acque del canale di Sicilia si inabissa. Molti non ce la fanno e a Yohanes e a Terhas non rimane altro che rimanere aggrappati ai resti del barcone in attesa che qualcuno venga a salvarli. Nelle lunghe ore passate in acqua l'unico pensiero è per il piccolo che Terhas porta in grembo. Se si salveranno, se riusciranno ad arrivare sulle coste siciliane, se il piccolo sopravviverà e sarà un maschio lo chiameranno Musie, Mose', salvato dalle acque... E arrivano i soccorsi e qualcuno tende loro un mano e tante altre mani si tenderanno per accoglierli in terra di Sicilia.
E' così che arrivano al centro di accoglienza di Sant'Angelo di Brolo in provincia di Messina. E' qui che vengono rifocillati, accuditi, è qui che raccontano di quello che hanno patito, è qui che la loro vita incrocia quella di un giovane medico che ha un nome bellissimo: Angela. E' quel giovane medico che si prende cura di loro e del piccolo Musie, nato in Italia, nell'ospedale di Patti, il 19 di ottobre; ed è Angela che telefona alla sua famiglia per comunicare loro che porterà a Piazza Armerina la piccola famigliuola; ed è sempre Angela, sostenuta dalla sua meravigliosa famiglia, che troverà a Yohanes un lavoro, una casa piccola ma accogliente; ed è Angela che si occuperà di tutti i loro documenti, arrivati come per incanto in un tempo brevissimo.
C'ero anch'io con mia figlia e tanti amici giorno 7 dicembre ad accogliere Yohanes, Terhas e Musie nella loro nuova casa a Piazza Armerina. Ed è stata una festa bellissima. Loro non parlano l'italiano ma l'amore, si sa, non conosce frontiere nè lingue. E' stato un momento di grande commozione, un vero dono di Natale . In quella piccola casa ognuno di noi ha ricevuto qualcosa. Non sono stati Yohanes con Terhas e il piccolo Musie a ricevere qualcosa da noi ma noi ad avere da loro un regalo immenso che si chiama felicità e di cui spesso ci dimentichiamo...
Vi ho raccontato questa storia perchè anche questo può essere un modo per ringraziare Angela, la sua straordinaria famiglia e tanti amici che con grande generosità hanno voluto contribuire a sostenere questa nuova famiglia arrivata qui da un paese lontano. Ho voluto raccontarvi questa storia perchè credo fermamente che un piccolo Gesu' Bambino sia arrivato nella nostra città ... ho voluto raccontarvi questa storia perchè in un mondo in cui " l'altro " ci fa paura il sorriso di Yohanes, Terhas e Musie ci ricorda che non esistono gli "altri" e i "diversi" ma tutti siamo profughi su questa terra che è di tutti. Voglio dirvi un'ultima cosa se ancora avete qualche dubbio. Yohanes in Eritrea di mestiere faceva il falegname ....